Alessandro Peroni
Imbonitori,
pulcinella e società civile:
il Mondo nuovo di Giandomenico Tiepolo
(pubblicato in “Oltrecorrente”, n. 13, settembre 2007, pp. 225-29)
Se leggiamo gli scritti
– pubblici, e ancor più quelli privati – redatti all’indomani della Rivoluzione
del 1789, ci rendiamo conto di come l’opinione pubblica europea avesse
percepito il fatto di trovarsi di fronte ad un’epoca nuova. Anche in uno dei
carteggi più lunghi ed intensi del secolo XVIII, quello fra Roma e Milano dei
fratelli Pietro ed Alessandro Verri (cfr. Verri, 1910-1942), non mancano
numerosi riferimenti agli eventi politici al centro dell’attenzione di tutta
Europa. Dietro le loro frequenti osservazioni sul teatro, si celavano spesso,
neanche troppo velatamente, riflessioni più profonde che riguardavano la
rivoluzione in atto in Francia e le idee che iniziavano a circolare anche in
Italia. Alessandro, che, anni prima, aveva viaggiato e conosciuto direttamente
altri popoli e altre usanze, era convinto che il carattere degli Italiani li
avrebbe comunque tenuti lontani dai grandi mutamenti che stavano sconvolgendo
l’Europa: “Il carattere comune all’Italia, per quanto io ho potuto conoscere
dal paragone di altre nazioni, è l’effetto della sua decadenza, per la quale
non ha partecipazione de’ grandi avvenimenti della Europa. Siamo quasi tutti
senza vera patria, province e non Stati, senza gloria nazionale, senza desideri
alti di risplendere fra le nazioni, e perciò ridotti a’ piaceri de’ sensi:
l’amore, la musica, le belle arti. La musica poi è, si può dire, l’occupazione
universale [...]. Quindi l’italiano è facilmente sensibile alle impressioni
molli, ma sorride alle forti e grandi. Perciò Metastasio [...], porgendo frutti
delicati, ha toccato il tasto del carattere nazionale, e tutte le fibre si sono
risentite. Scrivendo in genere detto da Cicerone e dagli antichi ‘attico’, cioè
semplice, sobrio, delicato, elegante, corretto, credo che si avrebbe applauso
in Italia: difficile ad ottenerlo sarà per ora a chi aspiri al grande, ed al
forte, ed al sublime, per le suddette disposizioni degli animi” (19 maggio
1792).
La poesia del
melodramma metastasiano, così elegante e priva di slanci entusiasti,
rappresentava perfettamente quello che per Alessandro Verri erano lo spirito ed
il senso estetico degli Italiani, i quali – popolo sradicato – erano privi di
autentiche passioni, di sentimenti patriottici o desideri di “gloria
nazionale”, mentre erano inclini ad un delicato trasporto per le arti e, in
particolare, per la musica. Ecco perché il Metastasio costituiva per gli
Italiani, ancora alla fine del secolo, il modello insuperato di poesia
teatrale.
Nella sua risposta al
fratello, Pietro Verri, che si era a lungo battuto a favore di una riforma del
teatro italiano, alludeva, citando alcuni titoli di commedie, alla profonda
differenza fra l’animo degli Italiani e quello dei Francesi, i quali proprio in
quei giorni avevano proclamato la Repubblica: “Noi giudichiamo male, perché
ragioniamo sul popolo di Francia come sul nostro; eppure la differenza che v’è
fra la Gara de’ Zanni e il Misanthrope, le Trentatré disgrazie di Arlecchino e Le Joueur dovrebbe farci accorti dello stato diverso delle due
nazioni, giacché gli spettacoli ne sono la misura. Per conoscere la verità
conviene essere cosmopolita, ed io penso che l’adularci non sia mai tratto di
pubblica benevolenza, dove la presunzione e il letargo della ignoranza formino
i nostri mali” (17 ottobre 1792).
Queste riflessioni di
Pietro rappresentavano l’ammissione della definitiva sconfitta nella propria
battaglia giovanile sul “teatro comico” condotta anni prima attraverso le
pagine del “Caffè”. Il progetto di portare in scena la società, con le sue
tensioni e i suoi drammi, era fallito: l’Italia era rimasta legata alle vecchie
tradizioni del melodramma e della commedia dell’arte, senza riuscire a
realizzare una forma di teatro (che era invece una realtà in Francia) che
rappresentasse la realtà contemporanea e si facesse veicolo di nuove idee.
Eppure, in Italia
questa idea di teatro, se risultò quasi sempre fallimentare sui palcoscenici,
divenne una realtà nella pittura, accettando le istanze espresse autorevolmente
dal Dubos, secondo il quale i dipinti dovevano contenere la messa in scena di
un episodio “comme dans les tragédies” (Dubos, 1770, vol. I, p. 281),
un’esigenza estetica, questa, sentita anche dal nostro Pietro Verri (cfr.
Panizza, 1996).
Fra i numerosi esempi
di questa tendenza artistica, ci occupiamo qui delle opere dell’ultimo periodo
di Giandomenico Tiepolo (il cui stile pittorico fu acutamente definito da
Goethe “naturale”), e in particolare del grande affresco dal titolo Il Mondo nuovo, che rappresenta una
delle più ironiche, efficaci e “teatrali” messe in scena della società italiana
della fine del secolo XVIII. Giandomenico, figlio del celebre Giambattista e
nipote di Francesco Guardi, “nacque veneziano nel 1727, morì austriaco nel
1804” (Lucco, 1995, p. 434): consapevole della decadenza di Venezia, egli
assistette impotente alla sua caduta. Un presagio della fine incombente può
essere letto nelle opere tarde dell’artista, in particolare negli affreschi –
fra cui il Mondo nuovo – della sua
villa di Zianigo (ora esposti al museo veneziano di Cà Rezzonico), suo ultimo ritiro, dove, sciolto dai vincoli
imposti dalla committenza, nonché dalla pesante eredità artistica del padre, fu
libero di esprimere la sua vena ironica e al contempo malinconica. Opera coeva
e tematicamente prossima a questa ultima grande impresa pittorica fu la
realizzazione di una serie di 104 disegni (oggi sfortunatamente dispersi fra
diversi proprietari) dedicati alla storia di Pulcinella, chiamata Divertimento per li regazzi, titolo che,
secondo il Mariuz, rappresenta “una confessione indiretta dello stato di
isolamento dell’artista, consapevole che l’arte in cui crede non può certo
essere apprezzata dai ‘Professori intendenti’. In tempi ostentatamente seriosi,
Giandomenico, figlio di una civiltà per la quale la vita era gioco e
rispecchiamento teatrale, indirizza il suo ultimo messaggio a coloro che ancora
possono vivere nella dimensione del gioco, appunto ai ragazzi” (Mariuz, 1971,
p. 87). La figura di Pulcinella, già presente in opere precedenti di
Giandomenico, diventa protagonista delle ultime creazioni dell’artista: in
questa raccolta di disegni, il personaggio della commedia dell’arte appare
immerso – spettrale, disorientato e beffardo protagonista – nel contesto della
realtà contemporanea, mentre negli affreschi della villa di Zianigo, diventa
soggetto di parodie di precedenti opere proprie e paterne.
Torniamo, però, al Mondo nuovo: di questo affresco il
Tiepolo realizzò due versioni. La prima, del 1757, si trova nella foresteria
della Villa
Valmarana ai Nani di Vicenza. Vi è rappresentata una scena del carnevale
veneziano. La folla delle maschere, disordinatamente in fila, attende il
proprio turno per guardare, attraverso una finestrella, all’interno del casotto
del “Mondo nuovo”, dove una lanterna magica proietta immagini esotiche, che un
ciarlatano, in piedi su uno sgabello, illustra alla folla.
Come in altre opere
di Giandomenico Tiepolo, il Carnevale diventa occasione per la messa in scena
di un evento, al quale la folla in maschera assiste numerosa e spensierata. Se
prendiamo in considerazione altri due celebri dipinti, quali il Ciarlatano cavadenti e il Minuetto (le cui versioni più celebri si
trovano oggi al Louvre dopo essere state, nel XVIII secolo, proprietà di
Francesco Algarotti), osserviamo che ogni personaggio è colto – come in una
scena di commedia – nei suoi atteggiamenti quotidiani, talora filtrati
attraverso un’ironia inquietante. Il cavadenti mostra al pubblico il dente
estratto con la nobile esultanza di un guerriero trionfante; il minuetto della
tela omonima perde ogni connotato di danza elegante e composta, diventando –
nel caotico contesto del Carnevale animato da maschere grottesche – una danza
sfrenata.
Nella versione del
1791 del Mondo nuovo, si osservano
significative differenze, segno di profondi cambiamenti, interiori dell’artista
ed esteriori della società in cui egli viveva. Qui tutti i personaggi (tranne
un fanciullo e due figure adulte che rappresentano i due Tiepolo) sono
rappresentati di spalle, e, soprattutto, non sono più in maschera: il
Carnevale, l’eterna festa rappresentata nei dipinti precedenti, è finito.
Rimane solo un Pulcinella, ormai più persona vera e propria che maschera di
commedia (egli, come si è detto, sarà protagonista dei successivi affreschi
della Stanza dei Pulcinella di Villa Tiepolo). Nel loro accalcasi intorno alla
baracca del “Mondo nuovo”, le figure, rispetto alla versione del 1757, perdono
di distinzione, diventando una ‘massa’ indeterminata, “dominata dalla figura
del ciarlatano, che, dall’alto di uno sgabello, sembra manovrare la folla con
la sua asta, quasi si trattasse di marionette di cui muovere i fili. È uno
sguardo lucido e amaro sull’umanità presente e la sua sorte” (Lucco, 1995, p.
439).
Tentare
un’interpretazione puntuale delle figure del “Mondo nuovo”, come se si
trattasse dei personaggi di un’allegoria, sarebbe improprio. Piuttosto, è bene
rimarcare come Giandomenico intendesse rappresentare pittoricamente il
sentimento che gli procurava la lucida percezione del disfacimento incombente
del mondo in cui era vissuto: egli “sente lo sfacelo di una società in piena
crisi e lo adombra sotto l’aspetto di spassosa e amara buffoneria”
(Pallucchini, 1995, p. 586). La novità nell’opera di Giandomenico Tiepolo non
sta tanto nella sua abilità nell’inventare personaggi caricaturali, ma
piuttosto nel fatto che egli “trasferisce quelle immagini in un contesto
ambientale, le cala [...] in uno spazio empirico: bersaglio comico non è tanto
la natura degradata, quanto la società decaduta” (Mariuz, 1971, p. 83).
È così che il Mondo nuovo può essere letto come una
messa in scena (più teatrale di quanto lo stesso teatro italiano dell’epoca si
potesse permettere) di questo senso di inquietudine. Quali sono le colpe di
questa “società decaduta” alle quali sembra alludere il Tiepolo? Probabilmente
proprio “la presunzione e il letargo della ignoranza” che Pietro Verri indicava
come i mali principali degli Italiani. La società dell’ancient régime, così come Giandomenico la rappresentava anni prima,
riusciva a trovare un senso al proprio essere attraverso i mascheramenti del
Carnevale, era “un umanità che si gloria di aver rinunciato alla propria
identità storica e allegramente brucia il suo essere nel gioco effimero delle
apparenze” (Mariuz, 1971, p. 46). Ma ora, dopo la Rivoluzione, il tempo del
divertimento è finito e le maschere sono state calate. Ciò nonostante, di
quella folla di nobili, borghesi e popolani girati di spalle continuiamo a non
vedere i volti (fuorché, simbolicamente, quelli del fanciullo e dei due
pittori). Ancora una volta attratti da un ciarlatano, tutti sono in impaziente
attesa di vedere il “Mondo nuovo” attraverso la finestrella. Di fronte a loro –
incombente ed ignorato (forse lo percepisce solo il fanciullo di cui
intravediamo il viso) – si apre l’orizzonte azzurro del mare e del cielo,
spazio (e tempo) ancora indeterminato, nel quale sarebbe possibile trovare e
costruire quel mondo nuovo che invece si preferisce illusoriamente cercare
nella lanterna magica dell’imbonitore.
Bibliografia
essenziale
J. Byam Singer, The Drawings by
Domenico Tiepolo, Faber and Faber, London, 1962.
J.-B. Dubos, Reflexions critiques sur
la poésie et la peinture, 3 voll., Pissot, Paris, 1770, vol. I, p. 281.
A.M. Gealt (a cura
di), Domenico Tiepolo. I disegni di
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A.M. Gealt, G. Knox
(a cura di), Giandomenico Tiepolo.
Maestria e gioco: disegni dal mondo. Catalogo della Mostra tenuta a Udine nel
1996, Electa, Milano, 1996.
M. Lucco, Giandomenico Tiepolo, in Storia di Venezia. Temi: l’arte, a cura
di R. Pallucchini, 2 voll., Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma, 1995,
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A. Mariuz, Giandomenico Tiepolo, con prefazione di
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A. Mariuz, I disegni di Pulcinella di Giandomenico
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A. Mariuz, F.
Pedrocco, Giandomenico Tiepolo. Gli
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G. Panizza, La “vera commedia” del Corneliani e le
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R. Pallucchini, La vena satirica di Giandomenico Tiepolo,
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diretta da C. Pirovano, curatori vari, Electa, Milano, 1995, tomo II, pp.
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F. Pedrocco, Disegni di Giandomenico Tiepolo, Milano,
Berenice, 1990.
P. Verri, A. Verri, Carteggio di Pietro e Alessandro Verri,
a cura di A. Giulini, E. Greppi, F. Novati e G. Seregni, 12 voll. in 13 tomi,
Cogliati [poi Milesi, infine Giuffrè], Milano, 1910-1942.