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L'ESPOSIZIONE IMPOSSIBILE Disegni di Ferruccio Ascari Estratto dal saggio di Irene Cusmà Zoographia, la scrittura della vita ovvero
Dell’esposizione impossibile
pubblicato in “Oltrecorrente”,
n. 12, 2006. Immaginiamo il teatro greco di Tindari,
sospeso su un promontorio, affacciato a cielo e mare. Immaginiamolo in una tersissima giornata di primavera, quando, quiete e
leggere, tutte le isole Eolie gli riposano di fronte, placidamente adagiate sul mare calmo e trasparente, ognuna con quella
precisa curva che la contraddistingue. E' il primo mattino,
il cielo comincia appena a trascolorare dal bianco al blu, passando
per tutti i toni dell'azzurro. Qui si inaugura e insieme si ripete
l'essere luogo d'incontro del teatro greco: una croce tra notte e dì, cielo e
terra, terra e mare; tra uomo e dei, tra uomo e uomo. Qui, questa croce
d'infiniti bracci, brilla come una stella. […] “… le esponiamo a Tindari queste
creature?” “No, non può starci un disegno all’aperto. Il disegno è
fragile e va protetto. Se mai si può fare qualcosa pensata
per l’effimero … che so, un segno sulla sabbia”. […] Immaginiamo nuovamente lo stesso teatro, ancora adagiato
al centro dell'incontro. Nel cuore di questo centro sta l'orchestra, luogo
che apre lo spazio allo sguardo, come lo schiudersi a spirale di un bocciolo,
contraddicendo la parzialità della cavea, l'infinita linearità dell'orizzonte
tra cielo e mare. In questo centro immaginiamo quello che lì è impossibile
vedere: i nostri disegni. Li immaginiamo lì, perché di nessun luogo parlano
come del centro di questa croce splendente d'infiniti bracci. Qui ha origine
la tragedia, qui si apre il mondo e si chiude, qui si offre allo sguardo,
allo schiudersi del giorno, e poi e si sottrae, quando il giorno intero è
trascorso e l'oscurità inghiotte lo sguardo stesso. […] Così stanno, queste creature, in cerchio, al centro del
teatro che è il mondo: esposte-esponenti (al)l'aperto.
Stanno dove si elude il tempo, dove il tempo è
giocato, assorbito dall'attimo; stanno sospese a quel centro che sta per
schiudere un mondo, oppure per riassorbirlo e, nell'immobilità più
originaria, portano il pegno, il segno del movimento che seguirà. Nel loro centro è esposto il legame di passare e rimanere,
adombrato dal doppio movimento del ritrarre. Proprio in virtù di tale esposizione, questi disegni insieme ritraggono e
rimandano. E' un rimando, quello del segno, che fa coincidere i due sensi del
ritrarre. Ritirare ed esporre qui si incontrano
originariamente nel centro che è il segno, la pausa invincibile a cui
approdano i due movimenti del respiro. Ritrarre. Certo, questi disegni
parlano di quella pausa nel mezzo, al centro appunto, di quel momento di
passaggio, di sospensione terribile e leggera fuori dal tempo, fuori dal
mondo. Sospensione, leggera quando prepara l'apertura, il ricadere della
pioggia d'oro; terribile quando invece si addensa scura e concentra tutto in
un punto, richiamando ogni tratto per la ricaduta. Ma nel parlare, nell'esposizione, questi zooa non si possono ritrarre, non possono che farsi a loro volta mondo. Questo accade inventando una forma in
cui si specchi il mondo stesso, che il mondo stesso
rimandi. Rimandare. Per questo, contemporaneamente, queste creature
(ekgona), inesponibili se
non fuori del mondo (fuori del passare, ad esempio nello spazio immobile del
museo), parlano del tempo del mondo che si svolge tra centro e centro, tra
l'origine e la fine; parlano delle sue forme: del lampo, della medusa, del
soffione, della menade (anche della cipolla, mi suggeriscono), ma non
rappresentandoli, presentandoli cioè una seconda
volta, ma accogliendo a ogni segno l'attimo originario e conclusivo del loro
venire alla luce, accordandosi di volta in volta a quanto in loro echeggia
dello stare al mondo al modo dell'attimo. Accogliendo e insieme rimandando,
restituiscono a ogni sguardo la qualità della pausa
luminosa e accecante che precede ogni inizio: il silenzio terribile prima del
tuono; la sospensione del soffione, nel punto più alto, quando, tra terra e
cielo, il giro successivo, se pure ci sarà, è indecidibile;
della medusa la pausa trasparente e breve del ritmico andare; della menade
l'impossibile immobilità nel vortice dell'avvitamento. Così lo sguardo di zoographia
fissa la vita: inventando e restituendo il fuori-dal-tempo al centro del nostro essere-nel-tempo. © 2005 Ferruccio Ascari – chine su carta – opere riprodotte
con il permesso dell’autore |